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· 19 min di lettura

Come tassano il tuo portafoglio in Italia: guida completa 2026 (+ quadro RW)

Tassazione del portafoglio ETF in Italia: 26% su plusvalenze e dividendi, 12,5% sui titoli di Stato, bollo 0,2%. Con quadro RW, minusvalenze e regimi.

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26%

L'aliquota sulle plusvalenze e sui dividendi del tuo portafoglio (DL 66/2014). Scende al 12,5% per i titoli di Stato italiani e dei Paesi collaborativi. A queste si aggiunge lo 0,2% di imposta di bollo ogni anno sul valore del dossier, che paghi anche quando il portafoglio perde.

Hai costruito un portafoglio ordinato: un ETF azionario globale, qualche BTP, un cuscinetto di liquidità. Poi arriva il momento di vendere una posizione, o di compilare la dichiarazione, e scopri che il Fisco italiano tratta ognuno di quei pezzi con una regola diversa. Il guadagno dell’ETF paga il 26%, il BTP il 12,5%, e la minusvalenza che hai incassato l’anno scorso può ridurre le tasse di alcune vendite ma restare inutilizzabile per altre.

Questa guida mette in fila tutto quello che il Fisco preleva da un portafoglio di investimento in Italia nel 2026: le aliquote, l’imposta di bollo, la regola asimmetrica degli ETF, la compensazione delle minusvalenze, la differenza tra banca italiana e broker estero, e il quadro RW se i tuoi soldi stanno fuori confine. Ogni numero ha la sua fonte normativa accanto.

Come funziona la tassazione di un portafoglio ETF in Italia

Un portafoglio in ETF paga in Italia il 26% su plusvalenze e dividendi, il 12,5% sulla quota in titoli di Stato e lo 0,2% di bollo annuo sul valore. Sono tre prelievi distinti, e conviene tenerli separati in testa:

  1. Le imposte sui guadagni: colpiscono plusvalenze, dividendi, cedole e proventi solo quando li realizzi o li incassi. Aliquota del 26% (DL 66/2014), ridotta al 12,5% per titoli di Stato ed equiparati.

  2. L’imposta sul possesso: il bollo dello 0,2% annuo sul controvalore dei prodotti finanziari (DL 201/2011). Questa la paghi sempre, anche negli anni in cui il portafoglio scende.

  3. Le imposte sull’estero: se detieni gli strumenti presso un intermediario fuori dall’Italia, il bollo si trasforma in IVAFE (stessa misura, 0,2%) e scatta l’obbligo di monitoraggio nel quadro RW.

Chi investe tramite una banca o un broker italiano vede quasi tutto questo lavoro sparire: l’intermediario fa da sostituto d’imposta, applica le ritenute e versa il bollo. Chi usa un broker estero deve fare da solo ognuno di questi passaggi in dichiarazione. La sostanza economica è identica, cambia chi fa i conti.

I numeri: quanto paga ogni pezzo del portafoglio

L’aliquota dipende dallo strumento, e la differenza più rilevante è quella tra titoli di Stato e tutto il resto:

Aliquote sui guadagni per tipo di strumento (2026)

Imposta su plusvalenze e proventi al momento del realizzo o dell'incasso

Dati verificati
ETF azionari e obbligazionari UCITS redditi di capitale
26%
Azioni singole plusvalenze e dividendi
26%
Obbligazioni societarie cedole e plusvalenze
26%
BTP e titoli di Stato white list aliquota agevolata
12,5%
DL 66/2014, art. 3 (aliquota 26% dal 1° luglio 2014; 12,5% su titoli di Stato italiani e dei Paesi white list, tramite imponibile ridotto al 48,08%). Verificato su Normattiva e Circolare Agenzia Entrate 19/E del 27/06/2014.

Il 12,5% sui titoli di Stato vale per quelli italiani e per i titoli emessi da Stati inclusi nella cosiddetta white list, l’elenco dei Paesi che scambiano informazioni fiscali con l’Italia. Tecnicamente la legge applica la stessa aliquota del 26% su una base imponibile ridotta al 48,08%: il risultato finale è identico a un 12,5% pieno, ma questo dettaglio tecnico tornerà utile più avanti, quando parleremo di minusvalenze. Se ti stai chiedendo quanto rende un BTP dopo le tasse, il conto completo l’ho fatto nell’articolo su BTP: conviene davvero nel 2026.

Poi c’è il prelievo che lavora in silenzio ogni anno:

Al bollo sui titoli si aggiunge quello sul conto corrente: 34,20 € l’anno, dovuti solo se la giacenza media supera i 5.000 €. Se tieni molta liquidità parcheggiata, il tema si intreccia con quello dei rendimenti: il calcolatore su dove tenere la liquidità mette insieme bollo, inflazione e interessi per il tuo caso.

Una nota di contesto: la Legge di Bilancio 2026 ha ritoccato IRPEF e fondi pensione, e ha lasciato ferme tutte le aliquote di questa pagina. Il 26%, il 12,5% e i bolli valgono oggi come valevano l’anno scorso.

Il conto completo su un portafoglio da 100.000 €

Le aliquote in tabella diventano concrete solo quando le applichi a un portafoglio vero. Prendiamo un caso rappresentativo: 100.000 € divisi tra un ETF azionario globale ad accumulazione (60.000 €), BTP (30.000 €) e liquidità sul conto (10.000 €). Ecco cosa preleva il Fisco in un anno in cui tieni tutto fermo:

Cosa paghi in un anno SENZA vendere nulla (portafoglio 100.000 €)

60.000 € ETF azionario ad accumulazione, 30.000 € BTP, 10.000 € liquidità

Dati verificati
Bollo su ETF e BTP (0,2% su 90.000 €) dovuto anche in perdita
180 €
Bollo sul conto corrente giacenza media sopra 5.000 €
34,2 €
Ritenuta sulle cedole BTP (12,5% su ~950 €) cedola ~3,2% lorda
119 €
Bollo: DL 201/2011, art. 13. Cedole: DL 66/2014, aliquota agevolata titoli di Stato. Cedola BTP ipotizzata al 3,2% lordo su 30.000 €: il tuo numero dipende dai titoli che hai.

Totale: circa 330 € l’anno a portafoglio fermo, di cui 214 € di imposte patrimoniali che prescindono dai risultati. L’ETF ad accumulazione, in questo scenario, versa zero imposte sui guadagni: i dividendi incassati dal fondo si reinvestono al suo interno senza transitare dal tuo conto.

Ora l’anno in cui vendi. Ipotizziamo che dopo qualche anno l’ETF valga 75.000 € e tu decida di liquidarlo con 15.000 € di plusvalenza:

  • imposta sulla plusvalenza: 15.000 × 26% = 3.900 €;
  • eventuali minusvalenze nello zainetto: inutilizzabili, perché il guadagno da ETF è reddito di capitale (la regola del prossimo capitolo);
  • se al posto dell’ETF avessi venduto BTP con lo stesso guadagno: 15.000 × 12,5% = 1.875 €, e con minusvalenze pregresse in zainetto il conto poteva scendere fino a zero.

La differenza tra 3.900 € e 1.875 € sullo stesso guadagno lordo racconta il senso di questa guida: a parità di risultato finanziario, la struttura fiscale dello strumento cambia il risultato netto in modo materiale. Non è un motivo per riempirsi di BTP, come spiego nell’analisi sul BTP nel 2026: è un motivo per conoscere il conto prima di muoversi.

La regola asimmetrica degli ETF: il difetto di fabbrica del sistema

Qui arriva la parte che sorprende quasi tutti, ed è il motivo per cui una guida sulla tassazione del portafoglio ETF in Italia deve andare oltre la tabella delle aliquote.

Il fisco italiano divide i guadagni finanziari in due categorie che viaggiano su binari separati:

  • Redditi di capitale (art. 44 TUIR): dividendi, cedole, proventi dei fondi e degli ETF. Sono tassati sempre e per intero, appena li incassi.
  • Redditi diversi (art. 67 TUIR): le plusvalenze e le minusvalenze da compravendita di azioni, obbligazioni, certificati. Qui il sistema ammette la compensazione: le perdite riducono i guadagni.

Il punto critico è dove finiscono gli ETF. Per gli ETF armonizzati UCITS, quelli europei che compri in una banca o broker qualsiasi, la legge (D.Lgs. 44/2014) ha deciso così:

  • se vendi in guadagno, la plusvalenza è un reddito di capitale: paghi il 26% sull’intero guadagno, sempre;
  • se vendi in perdita, la minusvalenza è un reddito diverso: finisce nel tuo “zainetto fiscale” e può compensare solo plusvalenze della stessa categoria.

Le due metà dello stesso strumento appartengono a categorie diverse. La conseguenza pratica: un guadagno su un ETF non può mai essere ridotto da una minusvalenza, nemmeno da una minusvalenza generata da un altro ETF.

La matrice completa, che vale la pena salvare:

Se realizzi…Compensa le minusvalenze pregresse?Genera minusvalenze usabili?
Plusvalenza da ETF o fondoNo, paghi il 26% pieno·
Minusvalenza da ETF o fondo·
Plusvalenza da azioni, obbligazioni, certificati·
Minusvalenza da azioni, obbligazioni, certificati·
Dividendi e cedoleNo, mai·

Chi ha un portafoglio fatto solo di ETF, come chi segue la strada descritta in un solo ETF per sempre, deve saperlo: le minusvalenze che accumula potranno servire solo se in portafoglio entrano anche strumenti a compensazione piena, come azioni singole, obbligazioni o certificati. In compenso, chi non vende ha poco da compensare: la strategia dell’accumulo con poche movimentazioni, tipica del PAC in ETF, riduce il problema alla radice perché rimanda la tassazione a un unico realizzo lontano nel tempo.

Minusvalenze: quattro anni di tempo, poi svaniscono

Quando vendi in perdita, la minusvalenza entra nello zainetto fiscale presso il tuo intermediario (o nel quadro RT della dichiarazione, se sei in regime dichiarativo). Da lì può ridurre le plusvalenze compensabili realizzate nello stesso anno o nei quattro anni successivi (art. 68, comma 5, TUIR). Una minusvalenza del 2026 vale fino al 31 dicembre 2030; dal 1° gennaio 2031 sparisce senza rimborso.

2.600 € l'imposta che eviti compensando 10.000 € di plusvalenze da azioni con 10.000 € di minusvalenze pregresse

È il valore concreto dello zainetto fiscale: ogni 10.000 € di minusvalenze usate entro la scadenza valgono 2.600 € di imposta in meno. Le stesse minusvalenze, usate contro plusvalenze da ETF, valgono zero: la compensazione lì è vietata.

Per dare un'idea concreta:

  • Scadenza: 4 anni dal realizzo della perdita
  • Controlla lo zainetto nel rendiconto fiscale del tuo intermediario

Due dettagli che il rendiconto della banca dà per scontati e quasi nessuno spiega:

Le minusvalenze da titoli di Stato contano al 48,08%. È il rovescio dell’aliquota agevolata: se perdi 10.000 € su un BTP, nello zainetto entrano 4.808 € di minusvalenza utilizzabile, perché il legislatore rende omogenee posizioni tassate ad aliquote diverse (D.Lgs. 461/1997, DL 66/2014). Lo stesso vale per le plusvalenze da BTP: compensano le minusvalenze pregresse solo per il 48,08% del loro importo.

I dividendi restano fuori da tutto. Sono redditi di capitale, pagano il 26% (o la ritenuta ridotta dei titoli di Stato per le cedole) e la legge esclude qualunque compensazione. Un portafoglio costruito sui dividendi paga le imposte ogni anno, qualunque cosa succeda al resto del portafoglio.

Banca italiana o broker estero: chi fa i conti

Il regime fiscale con cui detieni gli strumenti decide quanta burocrazia ti arriva in casa.

Regime amministrato (l’opzione standard con intermediari italiani): la banca o il broker fa da sostituto d’imposta. Applica il 26% a ogni realizzo, gestisce lo zainetto delle minusvalenze, versa bollo e ritenute. In dichiarazione dei redditi il portafoglio semplicemente non compare. Il prezzo di questa comodità è la tassazione immediata, operazione per operazione.

Regime dichiarativo (obbligato con i broker esteri senza sostituto d’imposta): incassi tutto al lordo e una volta l’anno fai i conti tu, o il tuo commercialista. Le plusvalenze vanno nel quadro RT, i proventi degli ETF nel quadro RM, il monitoraggio nel quadro RW. Dal 730/2026 esiste anche la strada semplificata: il quadro T per le plusvalenze e il quadro W per il monitoraggio permettono di dichiarare senza passare al modello Redditi (istruzioni Agenzia delle Entrate, dichiarazione 2026).

La vita fiscale di un ETF, nei due regimi, si riassume così:

La vita fiscale di un ETF nel tuo portafoglio

  1. 1
    Ogni anno

    Bollo 0,2% (o IVAFE se sei all’estero)

    Prelevato dall’intermediario italiano sul controvalore, di solito a fine trimestre. Con un broker estero lo versi tu come IVAFE in dichiarazione.

    0,2%

  2. 2
    Quando incassi un dividendo

    26% subito, senza compensazioni

    Reddito di capitale: la ritenuta arriva all’incasso. Gli ETF ad accumulazione saltano questo passaggio reinvestendo internamente i dividendi.

    26%

  3. 3
    Quando vendi in guadagno

    26% sulla plusvalenza (12,5% quota titoli di Stato)

    Reddito di capitale: lo zainetto delle minusvalenze resta inutilizzabile. In amministrato la banca trattiene e versa; in dichiarativo va nel quadro RM/RT l’anno dopo.

    26%

  4. 4
    Quando vendi in perdita

    Minusvalenza nello zainetto per 4 anni

    Reddito diverso: compensa future plusvalenze da azioni, obbligazioni e certificati realizzate entro il quarto anno successivo.

    4 anni

Quadro RW: cosa cambia se i tuoi soldi stanno all’estero

Il titolo di questa sezione riguarda più persone di quanto sembri: basta un conto presso un broker estero, anche con poche migliaia di euro in ETF, per entrare nel perimetro del monitoraggio fiscale.

Chi deve compilarlo. Le persone fisiche residenti in Italia che detengono investimenti o attività finanziarie all’estero: conti, dossier titoli, ETF su broker esteri, cripto-attività (DL 167/1990; scheda e istruzioni Agenzia delle Entrate). Il quadro RW sta nel modello Redditi PF; chi usa il 730 compila l’equivalente quadro W.

Le soglie. Per i conti correnti e depositi esteri il monitoraggio scatta se il valore massimo dell’anno supera i 15.000 €. Attenzione al secondo binario: se la giacenza media supera i 5.000 €, l’IVAFE sui conti è comunque dovuta (34,20 € per conto) e il quadro va compilato anche sotto la soglia dei 15.000. Per tutte le altre attività finanziarie (ETF, azioni, obbligazioni presso broker esteri) la soglia dei 15.000 € vale per il solo monitoraggio, ma l’IVAFE dello 0,2% è dovuta dal primo euro: nella pratica, chi ha un dossier estero compila il quadro.

Quanto costa dimenticarlo. La sanzione per l’omessa compilazione va dal 3% al 15% degli importi non dichiarati, e raddoppia per i Paesi black list (DL 167/1990, art. 5). Su un dossier da 50.000 € dimenticato per tre anni il conto può superare i 4.500 €, per un obbligo che è puramente informativo.

L’IVAFE è la gemella estera del bollo: stessa aliquota dello 0,2% sul valore delle attività al 31 dicembre, proporzionata a quota e periodo di possesso (scheda IVAFE, Agenzia delle Entrate). Chi paga l’IVAFE sul dossier estero salta il bollo italiano sullo stesso dossier: i due prelievi si escludono a vicenda.

Come si gestisce, in pratica: sei mosse

La parte operativa, in ordine. Vale per il risparmiatore con banca italiana come per chi usa un broker estero.

1. Scopri in quale regime sei. Se hai solo intermediari italiani, quasi certamente sei in amministrato: cerca nel contratto la dicitura “regime del risparmio amministrato”. Con un broker estero senza sostituto d’imposta sei in dichiarativo per forza, per la parte detenuta lì.

2. Chiedi il rendiconto dello zainetto fiscale. Ogni intermediario italiano deve dirti quante minusvalenze hai in carico e quando scadono, anno per anno. È un documento che si ottiene in area riservata o allo sportello. Se sei in dichiarativo, lo zainetto sei tu: il quadro RT tiene la memoria delle eccedenze.

3. Usa le minusvalenze prima della scadenza, con gli strumenti giusti. Se hai minusvalenze in scadenza al 31 dicembre e plusvalenze latenti su strumenti a compensazione piena (azioni, obbligazioni, certificati), realizzare il guadagno entro fine anno e ricomprare è una scelta legittima che sfrutta la finestra dei quattro anni. Con le plusvalenze su ETF la mossa vale zero: la compensazione lì è preclusa.

4. Se hai attività estere, metti in calendario la dichiarazione. Quadro RW (o W nel 730), IVAFE, e quadri RT/RM per i redditi. La documentazione del broker estero va conservata: estratti al 31 dicembre, report di plusvalenze e dividendi.

5. Sappi come si calcola la plusvalenza quando hai comprato in più tranche. Se hai accumulato lo stesso ETF con versamenti ripetuti, il prezzo di carico fiscale è il costo medio ponderato di tutti gli acquisti: ogni nuovo versamento aggiorna la media, e quando vendi la plusvalenza si calcola sulla differenza tra prezzo di vendita e quella media (D.Lgs. 461/1997; è il metodo applicato dagli intermediari in regime amministrato). Un esempio secco: 100 quote comprate a 50 € e 100 quote comprate a 70 € danno un prezzo di carico di 60 €. Se vendi 100 quote a 80 €, la plusvalenza tassata è 80 meno 60, cioè 2.000 €, anche se mentalmente stavi vendendo “le quote pagate 70”. Il rendiconto della banca fa questo conto da solo; in regime dichiarativo lo fai tu, ed è il motivo per cui conviene conservare ogni eseguito.

6. Guarda le tasse insieme ai costi. Il 26% colpisce il guadagno una volta; un TER alto o una commissione di gestione colpiscono il capitale ogni anno. Sul lungo periodo il costo ricorrente pesa più dell’imposta: il calcolatore del costo reale del fondo mette i due effetti sulla stessa scala, sul tuo importo e sul tuo orizzonte.

Le eccezioni che possono costarti care

Le regole viste fin qui valgono per il portafoglio tipico: ETF UCITS, azioni, obbligazioni, conti presso intermediari seri. I casi limite però esistono, e sono quelli dove gli errori costano di più.

ETF non armonizzati: aliquota fino al 43%. Gli ETF fuori dal perimetro UCITS, tipicamente quelli quotati solo negli Stati Uniti, perdono la tassazione sostitutiva: i proventi concorrono al reddito complessivo IRPEF e pagano la tua aliquota marginale, fino al 43% più addizionali. Un investitore nel terzo scaglione può pagare su un ETF americano più di una volta e mezza l’imposta che pagherebbe sullo stesso identico indice in versione UCITS. Prima di comprare uno strumento quotato fuori dall’Europa, la domanda fiscale viene prima di quella finanziaria.

ETF misti e quota titoli di Stato. Un ETF obbligazionario governativo europeo contiene in larga parte titoli white list: la parte di provento riferibile a quei titoli è tassata al 12,5%, il resto al 26%. Il calcolo lo fa l’intermediario sulla base delle percentuali comunicate dall’emittente, due volte l’anno. È il motivo per cui due ETF obbligazionari con rendimento lordo identico possono dare netti diversi.

Accumulazione contro distribuzione: la differenza è quando, non quanto. L’aliquota è la stessa. L’ETF ad accumulazione reinveste i dividendi senza farli transitare dal tuo conto, quindi rinvia l’imposta al giorno della vendita: il capitale che avresti versato al Fisco resta investito e compone nel frattempo. Su orizzonti lunghi questo differimento è un vantaggio concreto, ed è uno dei motivi della preferenza per l’accumulazione in fase di costruzione del patrimonio.

Cambiare banca senza perdere lo zainetto. Le minusvalenze vivono presso l’intermediario dove le hai realizzate. Se trasferisci i titoli a un’altra banca lasciando aperto il vecchio rapporto, lo zainetto resta dov’era. Per portarlo con te serve la chiusura del rapporto: a quel punto l’intermediario rilascia una certificazione delle minusvalenze residue, che puoi consegnare al nuovo intermediario o usare in dichiarazione (regime del risparmio amministrato, D.Lgs. 461/1997). Chi cambia broker a metà anno senza chiedere quella certificazione lascia sul tavolo un credito fiscale che aveva già pagato con le perdite.

Il regime forfettario non c’entra. Chi ha una partita IVA forfettaria paga l’imposta sostitutiva sul reddito di impresa o lavoro autonomo; i redditi finanziari personali seguono le regole di questa guida, identiche a quelle di chiunque altro.

I quattro errori che vedo più spesso

Chiudo la parte tecnica con gli sbagli ricorrenti, in ordine di quanto costano:

  1. Comprare ETF per “recuperare le minus”. È l’errore logico più diffuso: le plusvalenze da ETF armonizzati sono redditi di capitale e la compensazione è esclusa per legge. Per usare lo zainetto servono azioni, obbligazioni o certificati.

  2. Dimenticare il quadro RW su un conto estero “piccolo”. Per i dossier titoli esteri il quadro va compilato dal primo euro di IVAFE dovuta, e la sanzione parte dal 3% annuo degli importi. Il conto da 8.000 € aperto per curiosità e mai dichiarato è il classico caso che riemerge dopo anni, con gli interessi.

  3. Lasciare scadere le minusvalenze. Quattro anni passano in fretta, e lo zainetto pieno con minus al quarto anno vale quanto la tua volontà di controllarlo: un promemoria a ottobre di ogni anno costa un minuto e può valere migliaia di euro.

  4. Guardare l’aliquota e ignorare i costi del prodotto. Il 26% si paga una volta, sul guadagno realizzato. Una commissione annua del 2% si paga ogni anno, sull’intero capitale, guadagno o perdita che sia. Nella gerarchia dei nemici del rendimento, il costo ricorrente viene prima del Fisco.

Domande frequenti

Quanto pago di tasse se vendo un ETF in guadagno?

Il 26% sulla plusvalenza, trattenuto direttamente dalla banca se sei in regime amministrato. Se l’ETF contiene titoli di Stato italiani o white list, la quota di guadagno riferibile a quei titoli sconta il 12,5%. Le minusvalenze pregresse non riducono il conto: per gli ETF la compensazione è esclusa.

Le minusvalenze scadono?

Sì: sono utilizzabili nell’anno del realizzo e nei quattro successivi (art. 68 TUIR). Una minusvalenza realizzata nel 2026 si può usare fino al 31 dicembre 2030. Dopo, sparisce senza rimborso.

Ho un conto presso un broker estero con 8.000 € in ETF: devo dichiarare qualcosa?

Sì. Per i dossier titoli esteri l’IVAFE dello 0,2% è dovuta a prescindere dall’importo, e con lei la compilazione del quadro RW (o del quadro W nel 730). La soglia dei 15.000 € riguarda solo i conti correnti e i depositi, e solo per l’obbligo di monitoraggio.

Un ETF ad accumulazione paga tasse ogni anno?

Sui guadagni no: finché tieni le quote, i dividendi reinvestiti internamente restano lordi e l’imposta arriva solo alla vendita. Quello che paghi ogni anno è l’imposta di bollo dello 0,2% sul controvalore (o l’IVAFE, se il dossier è estero).

La Legge di Bilancio 2026 ha cambiato la tassazione degli investimenti?

Su questo fronte è rimasto tutto fermo: 26% sulle rendite finanziarie, 12,5% sui titoli di Stato, bolli invariati. Le novità 2026 riguardano IRPEF e previdenza complementare: le trovi nell’analisi dedicata alla Legge di Bilancio.

In sintesi

Il tuo portafoglio paga tre prelievi: il 26% sui guadagni realizzati (12,5% sui titoli di Stato), lo 0,2% di bollo ogni anno sul valore, e l’IVAFE con quadro RW se detieni all’estero. Gli ETF hanno un difetto di fabbrica fiscale: i guadagni non compensano mai le minusvalenze, nemmeno quelle di altri ETF, mentre azioni, obbligazioni e certificati compensano in pieno. Le minusvalenze durano quattro anni e poi svaniscono: controllare lo zainetto fiscale una volta l’anno, a ottobre o novembre, è l’abitudine che vale di più. E sul lungo periodo ricorda la gerarchia: i costi ricorrenti del prodotto pesano sul risultato finale più delle imposte, che colpiscono solo il guadagno e solo una volta.